Annuario del Centro Studi Umanista Mondiale (1995)

CIVILTÀ DI FRONTIERA COME PONTI VERSO L’UMANITÀ UNA E MOLTEPLICE dell’Accademico Serguei Semenov

Mosca, Dicembre 1995

Tra le civiltà di frontiera oggi esistenti ne scegliamo tre: 1) Quella ibero-americana, 2) quella danubiano-balcanica e 3) quella eurasiatica del nord-est. Le tre civiltà menzionate hanno origine storica comune nella meta-civiltà mediterranea antica. Inoltre, la conca del mediterraneo e lo stesso mare (insieme ai mari Adriatico, Jonio, Nero e di Azov) sono di importanza geostrategica per tutte e tre, perché gran parte delle loro comunicazioni internazionali passano da questa regione.

Le tre sono prodotto della sintesi-simbiosi culturale di varie culture, geneticamente prossime, ma anche lontane. Si formarono nei limiti tra oriente e occidente, nord e sud, e per questo si chiamano civiltà di frontiera, perché uniscono tra di loro queste aree. Le tre civiltà sono sistemi complessi, multidimensionali aperti.

La civiltà Ibero-americana è una civiltà intercontinentale, perché i popoli ad essa appartenenti abitano quattro continenti. La civiltà Eurasiatica del nord è bicontinentale. La civiltà danubiano-balcanica è bicontinentale e perfino tricontinentale dal punto di vista storico, ma attualmente è monocontinentale.

La civiltà Ibero-americana si considera a ragione una parte della civiltà cristiana e occidentale. Sebbene si tratti di società policonfessionali, la maggioranza assoluta della popolazione è cattolica. Nella penisola pirenaica il cristianesimo ha una tradizione di quasi 2000 anni, nel continente americano di cinque secoli.

Anche il nord-est dell’Eurasia ha una popolazione policonfessionale, con il dominio dell’ateismo come risultato del sistema totalitario di sette decenni. Dal punto di vista storico si tratta di una cultura figlia della civiltà bizantina con il predominio assoluto della Chiesa Cristiana Orientale. In Russia questa tradizione conta su 1000 anni ininterrotti, nel Caucaso e in Crimea è molto più antica, ma con varie interruzioni. Più vecchio del Cristianesimo nel nord-est dell’Eurasia è l’Ebraismo, che per tre secoli consecutivi fu religione dominante nel kanato dei Jazares e che da allora conserva la sua continuità fino ai nostri giorni, tra alcuni gruppi di Ucraina, Russia, Lituania, Polonia e Moldavia. Ancora più antica in questa regione è la tradizione islamica, il cui centro più importante dall’VIII secolo si trova in Asia centrale e nel Caucaso, e dal X secolo nel Medio Volga. Inoltre, dal XIII secolo è presente in questa zona il Buddismo nella sua versione tibetana (lamaista). Per quasi 3000 anni nel Caucaso si divulgano concezioni dell’antica religione persiana. Fino ai nostri giorni tra alcune etnie di questa regione sopravvive l’animismo.

E’ ancora più complicata la situazione confessionale nella regione Danubiano-balcanica, e questo è usato come principale argomento per negare l’esistenza di una civiltà nel senso usato da Arnold Toynbee. Tuttavia il criterio confessionale non è unico, e neppure decisivo per accettare o negare l’esistenza di una civiltà. Se non fosse così, dovremmo negare l’esistenza della civiltà persiana nell’antichità o della civiltà caucasica. Nella zona Danubiano-balcanica sono presenti il cristianesimo nelle sue denominazioni romana e greca, l’Islam e l’ebraismo. E’ notevole la presenza del protestantesimo. Gran parte della popolazione è atea perché molti di questi paesi caddero vittime dell’espansione totalitaria durante la II guerra mondiale. Nel medio evo questa zona era sotto l’influenza della Chiesa cristiana orientale, che usava come lingua ufficiale il greco e lo slavo ecclesiastico (base della lingua bulgara slava antica). Durante l’impero Bizantino essa fu il nucleo del cristianesimo orientale e il patriarca di Constantinopoli ereditò questa missione confessionale. Il cristianesimo occidentale si espanse in questa zona da Venezia, Vienna, Budapest e Cracovia e il suo protettore più potente fu l’impero degli Asburgo. Dalla Boemia e dalla Moravia, il protestantesimo si estese poi attraverso la Transilvania. L’irruzione violenta dell’impero Ottomano nella penisola balcanica fu accompagnata dall’espansione dell’Islam, che subì duri colpi a partire dal XVIII secolo ma soprattutto alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX. Così oggi in questa zona possiamo parlare della coesistenza di tre grandi nuclei confessionali: il cristianesimo occidentale (i suoi centri più importanti sono in Polonia, Ungheria e Croazia), il cristianesimo orientale (Grecia, Serbia e Bulgaria), l’Islam (Turchia, Bosnia, Albania). La tradizione del cristianesimo orientale è la più antica e la tradizione musulmana è la più recente. Questa zona è anche uno dei centri più importanti della nascita ed espansione della dissidenza cristiana (movimenti di Boguemiles e Husitas, ecc.)

L’analisi longitudinale delle tre regioni, a differenza dell’analisi sincronica, mostra una maggiore somiglianza tra di loro dal punto di vista dell’espansione delle grandi confessioni, delle loro lotte e della loro convivenza. L’irredentismo religioso degli almoravidi e dei re cattolici era uguale a quello dei sultani turchi e del duchi Valacchi, lo zelo religioso di Ivan il Terribile non era minore di quello dei Khan dell’Orda d’Oro e in ogni caso mascherava interessi molto terreni, per non dire di più.

Anche i quadri etnici delle tre civiltà si assomigliano. La società è multietnica e multilingue. Le tre regioni geografiche erano zone di grandi correnti migratorie tanto nell’antichità, quanto nel medio evo, il che ha lasciato tracce incancellabili fino ai nostri giorni. Ora le migrazioni si sono intensificate ancora di più e queste zone servono da intermediazione tra il sud povero e il nord opulento, poiché parte degli abitanti proviene dal nord-occidente e gli immigranti dal sud e dall’oriente.

Spagnoli, portoghesi, galiziani, baschi, catalani, ebrei, arabi, formano il nucleo etnico della civiltà ibero-americana. In America questi nuclei si sono fusi con diverse etnie indigene, africane (introdotte come schiavi), immigrate da India, Cina, Giappone, Francia, Olanda, Inghilterra, Germania, Italia, Paesi Balcanici, Levante, Ucraina, Russia, Lituania e Ungheria. Oggi la maggior parte della popolazione latinoamericana è meticcia.

In Africa i meticci erano pochi, sebbene una considerevole parte degli abitanti delle ex colonie spagnole e portoghesi parli il portoghese e il castigliano. In Asia i meticci erano ancora meno e l’estensione di queste lingue è molto minore. Da questo si evince che in America predominarono i processi di sintesi culturale, mentre la simbiosi culturale aveva carattere secondario. Questa sintesi si realizzò sulla base dello spagnolo e del portoghese. Solo in Paraguay questa sintesi si realizzò sulla base del guaranì.

In Africa e in Asia gli elementi di sintesi culturale erano molto più modesti in confronto al processo di simbiosi culturale. In Europa si osserva il risorgere del catalano, galiziano e basco. Anche nel Nord-est dell’Eurasia la popolazione è multietnica e multilingue. Le sue numerose etnie appartengono ai gruppi slavo, baltico, finnico, turco, iraniano, mogol, paleoasiatico e vari altri. La simbiosi culturale è molto più importante della sintesi. E’ considerevole il processo di acculturazione. Dopo la disgregazione della Russia di Kiev, del Kanato di Bulgaria e dell’Orda d’Oro, due lingue si disputavano il ruolo integratore del processo di acculturazione: il bielorusso antico (lingua ufficiale del principato di Lituania) e il russo (lingua ufficiale della Moscovia). L’unione della Lituania con la Polonia e l’installazione del polacco come lingua ufficiale cambiò la relazione di forze in questa regione a favore del russo, a partire da XVII secolo e soprattutto nel XVIII. Oggi il russo è predominante nella zona. Negli ultimi cinque anni post-sovietici hanno rafforzato le loro posizioni l’ucraino, il lettone, il lituano, l’estoniano, il tartaro, il bashkiro e alcune altre lingue per le quali si aprono prospettive favorevoli al rinascimento culturale.

Nell’area danubiano-balcanica, dopo la caduta di Bisanzio, si disputavano il ruolo di lingua integratrice il tedesco e il turco, ma nel XIX secolo si osserva la rinascita nazionale di greco, ceco, polacco, serbo, bulgaro, ungherese, croato, sloveno, rumeno. Nel XX secolo a questi si aggiungono lo slovacco, il macedone e l’albanese. I processi di acculturazione preponderanti nei secoli XVII e XVIII cedettero di fronte a questo processo di risorgimento nazionale. Ora, la simbiosi culturale è la tendenza dominante. Queste correnti culturali formano il tessuto di interrelazioni socio-politiche che conducono alla nascita, alla maturazione e al tramonto degli stati e degli imperi. La posizione geografica, tra l'incudine dell’occidente e il martello dell’oriente, facilitò l’apparizione delle tendenze messianiche imperiali che coprivano con il manto religioso le pretese egoiste, dinastiche e le basse passioni dei gruppi impoveriti della popolazione. Così la Riconquista era presentata come una crociata contro i mori, la conquista dell’America era velata dal pretesto della missione evangelizzatrice. Lo stesso velo religioso copriva la conquista del Medio e Basso Volga e della Siberia, ad opera della Moscovia. Ma la quarta crociata che devastò Bisanzio, le crociate tedesche nel Baltico contro i cristiani orientali e la crociata contro gli albigesi che devastò la Francia del sud, mettono a nudo la vera essenza delle crociate, realizzate da persone avide di beni altrui. Non è un caso che i cavalieri delle crociate, prendendo Lisbona, decapitarono il vescovo cristiano e saccheggiarono i beni della Chiesa e dei cristiani che vivevano nella città. Durante la conquista dell’America i conquistadores, che non credevano né in Dio né nel Diavolo, saccheggiarono i beni della stessa chiesa cattolica e convertirono in loro schiavi gli indios già evangelizzati, devastando le missioni cattoliche. Il frutto di queste conquiste in tutte queste regioni fu l’impero Medievale tardivo, multietnico e multiconfessionale, ma con la chiesa ufficiale che era utilizzata come docile strumento imperiale.

Sulle rovine dell’impero in America si formò, nel XIX secolo, tutta una costellazione di repubbliche che avevano l’impronta dello stato nazionale, ma non erano tali in realtà. Stessa cosa successe dopo le rotture dell’impero Ottomano, Austro-ungarico e Sovietico nel XX secolo. Quasi nessuno degli stati ereditati era uno stato nazionale secondo il modello dell’Europa Occidentale.

In America Latina, all’inizio del XIX secolo, predominava la tendenza federalista la cui validità formalmente si conserva in Argentina, Brasile, Messico e Venezuela. In Spagna troviamo alcuni tratti del federalismo autentico. Le federazioni formali sorte dopo la prima guerra mondiale (Cecoslovacchia, Yugoslavia, e quella dell’URSS) hanno avuto una triste sorte. Nuove federazioni formate al loro posto non spiccano per stabilità. La durezza centralista e burocratica del regime statale in queste civiltà ha la sua complementazione nella fragilità dello stesso. E questo è naturale, perché la società continua a conservare importanti caratteristiche della società tradizionale. Si tratta di regimi corporativi e di ramificazioni, con una atomizzazione sociale considerevole nelle loro fondamenta.

Il tradizionalismo sociale rivela caratteristiche differenti in ognuna delle regioni che ci interessano. Nella penisola iberica la servitù della gleba scomparve verso il XIII secolo, ma fu sostituita dalla schiavitù e dal commercio degli schiavi con la riconquista e l’espansione coloniale. La encomienda (villaggio di indigeni sfruttati, ndt) si impiantò e si mantenne nelle possessioni americane della Spagna fino al XVIII secolo e la schiavitù fino alla fine del XIX secolo (anche in Brasile). In Moscovia la servitù si rafforzò nei secoli XVI e XVII acquisendo tratti uguali alla schiavitù (ad esempio la vendita dei servi senza terra, con la rottura delle famiglie). Solo alla metà del XIX secolo la servitù fu abolita in Russia. Ma con la collettivizzazione delle campagne negli anni ‘20 e ‘30 del XX secolo la servitù resuscitò in URSS sotto la tirannia stalinista e sopravvisse fino all’inizio degli anni ‘50 (alcune sue vestigia si mantengono fino ad oggi). Nell’impero degli Asburgo la servitù scomparve verso la fine del XVIII secolo. Nei Balcani si mantenne fino al XX secolo insieme alla schiavitù.

Il mantenimento millenario di queste sinistre istituzioni era accompagnato dalla concentrazione di gran parte delle migliori terre in poche mani dello Stato e dei magnati feudali. Allo stesso modo erano numerosi i mini-fondi di tipo medievale. Tutto questo riduceva drasticamente la porzione dei proprietari effettivi nella società. Se aggiungiamo a questo l’espulsione violenta degli ebrei e dei mori dalla Spagna e dal Portogallo e altre imprese dell’Inquisizione nel mondo Ibero-americano, vediamo che la base sociale per il terzo stato si riduceva artificialmente in queste zone per mantenere l’immobilismo sociale e politico. Osserviamo qualcosa di simile nell’Impero degli Asburgo durante la Riforma e la Guerra dei Trent’Anni e durante il periodo successivo. Uguale effetto aveva in Russia la cosiddetta “oprichnina” sotto il regno di Ivan il Terribile e la politica di Caterina la Grande. La concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani dello Stato e del pugno di aristocratici e favoriti (con il proverbio “vale più essere nelle grazie che essere grazioso”); generò il sistema del clientelismo sociale e politico (“cacichismo”), divisione delle élite nei clan basati sulla parentela e sul clientelismo. Nell’altro polo si concentrava l’enorme massa dei mendicanti e dei lumpen. Il “terzo stato” era poco numeroso. Siccome l’enorme maggioranza della popolazione non disponeva di modi da proprietario, non aveva neanche rispetto alcuno verso l’istituzione della proprietà privata e statale, considerando che ogni proprietà originaria è di “Dio” come il sole e l’aria, cioè “appartiene a tutti”.

Nel XX secolo nel mondo Ibero-americano e nella seconda metà di questo secolo nel mondo balcano-danubiano (in parte) ci furono cambiamenti notevoli nella struttura socio-economica della popolazione come risultato della sua integrazione crescente nell’economia mondiale e delle riforme interne. Apparve una fascia abbastanza numerosa di classe media e si ampliarono i contorni della società civile. Diminuì la fascia della povertà. Si elevò considerevolmente il livello culturale della popolazione. Sono noti i progressi nel processo di democratizzazione della vita socio-politica, ma gli ostacoli e i pericoli su questo cammino non sono piccoli. Non si può sminuire l’importanza del collasso del totalitarismo sovietico e del crollo dell’URSS, sebbene le conquiste democratiche in Russia e in altre repubbliche post-sovietiche siano molto più modeste e in alcune di esse si osservano i fenomeni della rivincita delle forze totalitarie e militariste (Bielorussia, Asia Centrale e in parte Russia stessa, come dimostra la guerra del Caucaso).

Le tradizioni democratiche sono diverse nelle tre aree. La Grecia antica è culla della democrazia e anche della tirannia oligarchica. In Spagna è lunga e ricca la tradizione democratica e federalista. In Russia questa tradizione è quasi impercettibile. La società civile e i germogli della democrazia favorirono l’autoritarismo, il dispotismo e anche il totalitarismo. Questa cultura sociale e politica considerava il lavoro, e soprattutto il lavoro fisico, destinato ai servi e agli schiavi, provocando il disprezzo verso il lavoro e il culto dell’ignoranza e dell’ozio, il disprezzo verso la dignità della persona umana, il violento rifiuto dell’umanesimo e dei suoi valori. Lo Stato e il proprietario sono visti come padroni e i lavoratori come i loro sudditi e clienti. Così nella cultura di frontiera coesistono tradizioni di servilismo da una parte e di anarchismo dall’altra. Quest'ultimo appare come protesta contro il dispotismo statale e padronale, ma protesta non costruttiva bensì distruttiva, ciò che il grande scrittore russo Ivan Turgenev denominò con la parola molto esatta “nichilismo”, che non conduce da nessuna parte se non al niente, alla distruzione e alla morte. Da lì proviene anche il culto del banditismo “nobile” e le simpatie di massa rispetto ai fannulloni, ai ladroni e alle “teppe”, il che si riflette nel folklore e in molte canzoni popolari. D’altra parte, è proprio di questa cultura il fenomeno del donchisciottismo, tanto divulgato nel mondo ibero-americano, in Russia e nei Balcani. La figura del Don Chisciotte è molto amata e popolare nella Russia dei secoli XIX e XX, forse non meno che in Spagna. Il radicamento dell’utopismo nella coscienza sociale è molto profondo e antico. Un altro aspetto di questi popoli si rivela nella popolarità e nella continuità del genere picaresco. La sfera relativamente ridotta della proprietà privata, il basso valore della forza del lavoro e della vita umana in generale, continuano ad essere radicati. Il clientelismo totale, la sfiducia molto generalizzata verso l’autorità, il radicamento della violenza sono altre loro caratteristiche. Queste culture possiedono una lunga tradizione di intervento militare nella vita socio-politica. I militari sono considerati una corporazione privilegiata. Da lì tutta una serie di golpe militari nei paesi ibero-americani, balcanici e in Russia. Questi golpe sono sintomi dell’instabilità innata e della fragilità di questi sistemi socio-politici che sono propensi a cambiamenti abbastanza profondi ma realizzati dall’alto verso il basso. In questo si radica la forza e contemporaneamente la fonte di debolezza di queste riforme elitarie.

Il disprezzo verso la persona umana generò l’istituzione del soccorso solidale, memoria della tradizione comunitaria antica. Questa istituzione risultò essere abbastanza efficace nella raccolta dei tributi, nel reclutamento dei soldati, nella battaglia contro il banditismo e nella realizzazione delle opere pubbliche. Scaricò anche dalle spalle dello Stato la preoccupazione per la sicurezza sociale dei sudditi, e nello stesso tempo permise di creare il mito del collettivismo di questi popoli come loro tratto caratteristico principale, come “la propria via”, come vocazione per la salvezza dell’umanità dal vizio, dall’usura e per la costruzione di un paradiso terrestre (una varietà del messianismo collettivo). A questo si aggiungono gli argomenti del fondamentalismo religioso circa il presunto carattere conciliatore dello spirito collettivo di questo o di quel popolo o gli argomenti laici sulla tradizione storica presunta collettivista di tanti altri popoli. Si tratta, in sintesi, del brodo di coltura per sciovinismi di ogni genere. Il modello ideale di queste concezioni è il formicaio con la riduzione dell’essere umano alla condizione di insetto sociale, dando adito agli istinti primitivi, in particolare l’aggressività e la xenofobia.

Nelle culture di frontiera non c’è qualcosa di soprannaturale. Ma la ricchezza straordinaria e l’intensità dei contatti culturali dei loro popoli, la loro capacità di assorbire e fare proprie le innovazioni di altre culture, convertono la loro esperienza storica millenaria in un patrimonio di grande valore per tutta l’umanità. E questa esperienza acquisisce un valore ancora maggiore ai nostri giorni, quando inciampiamo negli antagonismi che straziano paesi e continenti interi. Pertanto questa capacità di realizzare sintesi e simbiosi culturali va molto apprezzata e va prestata particolare attenzione all’esperienza accumulata dai popoli che abitano le frontiere tra diverse aree culturali (metaculture). Le loro conquiste e i loro fallimenti nella soluzione dei conflitti interculturali aiutano l’umanità a superare le difficoltà odierne di convivenza e a edificare un mondo migliore in cui la diversità culturale sia una condizione necessaria all’armonia universale, uno stimolo per il progresso. Il carattere aperto, l’abilità delle culture di frontiera, la loro propensione all’attività innovatrice e l’affanno dei loro popoli per superare il tradizionalismo decadente, le trasformano in ponti proiettati verso il futuro.